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Pubblicazioni   Preghiere  

ROSARIA BUCCI

 
   
 

 

 

 

LUISA PICCARRETA E LA FAMIGLIA BUCCI

 
         

LUISA PICCARRETA E LA FAMIGLIA BUCCI

Non ho elementi certi per affermare quale grado di parentela intercorra tra la Famiglia Bucci e la Serva di Dio Luisa Piccarreta. Credo tuttavia che vi sia una parentela molto lontana, tramite Luisa Di Caterino, mia nonna paterna, stando ai ricordi di famiglia e soprattutto a quelli di Zia Rosaria Bucci che ogni tanto parlava dei suoi antenati. Nemmeno posso asserire se la parentela con Luisa fosse ascrivibile al ramo Bucci o al ramo Di Caterino. Il ragionevole dubbio sorge in quanto mia nonna, Luisa Di Caterino, era discendente degli Azzariti di Corato, nota e nobile famiglia, che annoverava tra i suoi esponenti una Badessa del Monastero del Divin Amore di Corato, alla cui costruzione aveva largamente contribuito la stessa famiglia. Infatti, la nonna, Luisa Di Caterino, mosse causa al governo dell’epoca (fine ‘800) per riottenere il Monastero e le annesse proprietà in quanto proprietà privata della famiglia e non bene immobile di un ente religioso soppresso (ex-lege 15 agosto 1867). La causa non ebbe l’esito sperato ma si raggiunse un compromesso mediante il quale si provvedeva un congruo indennizzo in denaro per la nonna, mentre gli Azzariti ottennero delle case ed alcuni terreni. Ciò premesso, non è quindi ipotizzabile una parentela con Luisa Piccarreta, essendo la famiglia di Luisa, povera e non di nobile origine. Pertanto è più plausibile una parentela con il ramo Bucci, in quanto contadini. La nonna, Luisa Di Caterino, era contemporanea della Serva di Dio Luisa Piccarreta, ed ha seguito con attenzione tutti quei fenomeni che caratterizzarono la vita della Piccarreta nell’ultimo quarto del secolo XIX. Luisa Di Caterino era imparentata con l’Arciprete dell’epoca, e Zia Rosaria mi diceva che, con assiduità, costui frequentava la loro casa raccontando tutto ciò che avveniva a quella ragazza (Luisa Piccarreta) che considerava abbastanza strana. La nonna, come raccontava Zia Rosaria, prendeva sempre le difese di Luisa Piccarreta suscitando seri dubbi nell’animo e nell’operato dell’Arciprete. Luisa Di Caterino conosceva molto bene Luisa Piccareta essendo entrambe, frequentatrici assidue dell’ Associazione “Figlie di Maria” presso la chiesa di San Giuseppe. Quando il caso Luisa Piccarreta si normalizzò ed allo stupore subentrò la venerazione nei confronti di Luisa, in cui si intravedeva il dito di Dio, mia nonna credette seriamente in Luisa tanto che assiduamente la frequentava e si consigliava. Zia Rosaria raccontava che mia nonna spesso e volentieri faceva recapitare a casa di Luisa cesti di frutta e pane fresco, prodotto presso i forni che la famiglia Di Caterino possedeva e che aveva aperto grazie al denaro del compromesso precedentemente menzionato. La famiglia Di Caterino-Bucci fu allietata della nascita di cinque figli, due maschi e tre femmine. Zia Rosaria era ritenuta la più sfortunata in quanto, oltre a soffrire di epilessia, subì, per un incidente domestico, l’amputazione traumatica di ben quattro dita della mano sinistra. Pertanto divenne inabile a qualsiasi lavoro manuale e praticamente aveva, come si diceva, “perduto la sorte” ovvero difficilmente si sarebbe sposata. Mia nonna a questa disgrazia non trovò altra consolazione se non nella sua amica Luisa, che era ormai celebre in tutta Corato. Sembra che Luisa l’abbia confortata ed infatti dopo quel colloquio, mia nonna ritrovò non solo la serenità, ma guardò la figlia con animo pieno di speranza.

 

IL PRIMO INCONTRO DI ROSARIA BUCCI CON LUISA PICCARRETA

Rosaria Bucci

 

Nel 1907 , in un giorno freddo e piovoso , non si conosce con precisione il mese e la data (devo attenermi a quanto raccontatomi da Zia Rosaria), mia nonna disse alla figlia Rosaria: ”Vestiti e andiamo da Luisa La Santa”. Zia Rosaria non voleva andare perché si vergognava della sua menomazione, ma la madre categoricamente disse: ”Andiamo!”. Arrivarono alla casa di Luisa e venne ad aprire la mamma, che conosceva benissimo mia nonna. Si intrattennero a colloquiare su tante cose tra cui alcuni parenti comuni lontani e che Zia Rosaria neanche conosceva. La madre di Luisa offrì dei pasticcini e del rosolio (liquore casalingo) e dopo aver terminato la chiacchierata, introdusse mia nonna e mia zia nella stanza di Luisa che era intenta al lavoro del tombolo. Si salutarono, mia nonna e Luisa,  baciandosi come vecchie amiche. Parlarono del più e del meno ma soprattutto di Rosaria che avendo intuito rimase dietro alla sedia della madre in assoluto silenzio e piena di vergogna. Alla fine del colloquio Luisa disse a mia nonna: ” Lasciala stare qui “. Nonna salutò Luisa e disse a Zia Rosaria: ”Verso mezzogiorno manderò Francesco (mio padre) a prenderti”. Così Zia Rosaria cominciò a frequentare assiduamente la casa di Luisa che non era certamente quella successiva di Via Nazario Sauro, ma una ubicata  nei pressi del cinema Alfieri su Corso Garibaldi. Comunque dovrebbe essere sulla “via del teatro” in quanto era la via, molto lunga, che dall’extramurale portava al teatro comunale.
Un giorno, Zia Rosaria, mentre era intenta al lavoro del tombolo assieme alle altre ragazze, ebbe una crisi epilettica. Tutte fuggirono spaventate, solo Angelina (sorella di Luisa ) venne in suo soccorso interponendo fra le arcate dentarie un fazzoletto affinché non si mordesse la lingua a causa del trisma. Si racconta che Luisa rimanesse calmissima nel suo letto ma alzati gli occhi al cielo proferisse queste parole :
” Signore se l’hai messa accanto a me, la voglio sana “. Tutto ciò fu confermato a mia madre, Serafina Garofalo, da una sua amica che si trovava nella stanza di Luisa.
Realtà o leggenda… fatto sta che Zia Rosaria da allora non ebbe più crisi epilettiche e divenne una perfetta ricamatrice di tombolo.
E’ morta ad ottanta anni nel 1978 dopo un solo giorno di malattia e dopo aver recitato una bellissima preghiera alla Vergine Santissima. Per l’estremo pudore con cui visse, anche se a malincuore, non si oppose al suo ricovero in ospedale, dove la portarono i miei nipoti senza il suo consenso. Io e mia sorella Gemma, avendo appreso la notizia del suo ricovero, ci recammo subito in ospedale e rassicurammo Zia Rosaria che l’indomani l’avremmo fatta dimettere non essendo possibile farlo immediatamente a causa dell’ora tarda. Lei mi salutò come se presagisse fosse l’ultima volta e mi disse qualcosa che io ho mantenuto sempre nel mio cuore. Ho la ferma convinzione che Luisa sia andata a prendersela di persona poiché alcune persone raccontarono delle cose che mi lasciarono perplesso, circa la luce ed il profumo che si diffondeva dal suo corpo. La conferma di quanto accaduto in ospedale la ebbi al cimitero. Infatti il giorno successivo ai funerali, tutta la famiglia si riunì, secondo consuetudine, per la cerimonia della sepoltura. La bara fu aperta per l’ultima volta. Con meraviglia di tutti, Zia Rosaria sembrava dormisse dolcemente. Un soave e dolce profumo emanava dal suo feretro anziché il tipico olezzo di morte. Fu tale lo stupore che furono chiamati tutti i parenti e conoscenti. Quanti si trovavano a passare di lì vollero toccare e baciare la salma.
Dopo la guarigione dall’epilessia, zia Rosaria continuò a frequentare la casa di Luisa in maniera  assidua. In breve tempo divenne tanto abile nel lavoro al tombolo che la stessa Luisa le affidò la direzione dell’insegnamento nella sua scuola di ricamo. Il suo apporto al buon andamento delle faccende di lavoro divenne indispensabile e  finito il lavoro cominciò a prendersi cura della persona di Luisa con tanta solerzia, affettuosità e dedizione da suscitare un moto di insofferenza in chi frequentava la Serva di Dio, tanto che lo stesso San Annibale di Francia la rimproverò dicendo: ” Non la toccate frequentemente perché Luisa è tutta di Dio, anche nel corpo”. Questo mi fu riferito da Zia Rosaria, mentre San Annibale scrive con parole diverse lo stesso concetto : Luisa non doveva essere toccata.Infatti in una lettera a Luisa, spedita da Roma il 4 Settembre 1926 scrive: "Dite alla Rosaria (mi sembra che così si chiami) che non ardisca mai più di toccarvi, di carezzarvi, come fece una volta in mia presenza, altrimenti Nostro Signore la castigherà".
L’incontro tra San Annibale di Francia e la Serva di Dio Luisa Piccarreta nelle parole di Zia Rosaria.

 

Premetto che Zia Rosaria chiamava Padre Annibale “Padre Francia “ che in dialetto coratino suona “Padr Franc”. Io inizialmente non capivo chi fosse “Padr Franc” e dovetti chiedere spiegazioni. Capii in seguito chi era questo personaggio così spesso e volentieri nominato da Zia Rosaria.
Nel 1910 San Annibale di Francia si recò per la prima volta a casa di Luisa per incontrare la Serva di Dio dopo averne conosciuto la fama. Zia Rosaria così mi descrisse l’avvenimento. Una mattina, mentre stavamo lavorando, Luisa mi chiamò accanto e mi disse: ”Rosaria, va e apri la porta perché viene un santo sacerdote”. Io quasi incredula mi avviai verso la porta perché non avevo ancora sentito bussare.
Mentre stavo per aprire la porta sentii  il bussare. Aperta la porta mi vidi avanti un sacerdote magrolino, con il  mantello addosso ed il cappello, che si tolse, e che mi chiese della Serva di Dio. Io spontaneamente gli dissi: ”Ti aspetta , padre!”. Notai sul viso del reverendo padre un senso di stupore e tra sé disse queste parole: ”Mi aspetta !?! E da chi l’ha saputo ?”. Io lo condussi subito nella stanzetta di Luisa e gli porsi una sedia accanto al letto, dove il reverendo si sedette. Notai, con quella curiosità di ragazza, che la sua nuca era eccessivamente tonda, e mi sembrò strana, tanto che dissi alle compagne che lavoravano nell’altra stanza: ”U prevt ch’è vnut tien la cap com u citr ( il prete che è venuto ha la testa come l’anguria )”. Tutte le ragazze si misero a ridere e vollero vedere questo sacerdote.
Intanto San Annibale Maria di Francia parlò con Luisa per circa un’ora, poi salutò tutti ed andò via. Nulla abbiamo saputo di quello che si erano detti. Nell’ uscire io lo accompagnai ed il venerato padre mi disse queste parole: ” Che Santa Donna, ci vedremo spesso “.
Le visite di padre Annibale da quel giorno furono frequenti. Ogni volta che veniva in Puglia non tralasciava di visitare Luisa. Molte volte il padre si recava da Luisa con altre persone, tra cui teologi, che si mettevano a discutere fra loro in un’altra stanza dopo aver parlato con lei e letto alcuni suoi  diari. Ricordo che una volta venne con un giovane sacerdote. Parlavano con Luisa, che ad un certo punto, con un suo gesto non usuale, mise la mano sul braccio di questo giovane sacerdote e disse: ”Lo tenga caro questo sacerdote, padre, perché è anche caro a Nostro Signore”. Padre Annibale rimase compiaciuto e disse: ”Certo, certo!”.
Questo giovane sacerdote era Don PALMA

(così veniva chiamato da zia Rosaria), e quando la bufera si abbatté su di lui, negli anni trenta, Luisa disse queste parole a zia Rosaria: ” Padre Palma mi precede sul Calvario ”. Forse alludendo a quello che sarebbe accaduto anche a lei, ed esortava tutti a pregare per padre Palma.
Quando giunse la lettera di padre Annibale, venti giorni prima del suo trapasso, Luisa nel leggerla non si scompose, ma abbozzò un lieve sorriso e passò la lettera a zia Rosaria che la lesse e la conservò. Zia Rosaria nel raccontare questo episodio sorrideva perché diceva che Luisa l’aveva esortato alla buona morte e a non pensare alle sue “opere” perché ci avrebbe pensato Nostro Signore.

 

Padre Annibale, stimatissimo dal Vescovo di Trani, ebbe accesso a tutti i diari di Luisa che leggeva attentamente facendoli ricopiare da alcune suore e quando pubblicò, nel 1915 circa, ” L’Orologio della Passione “ ( Luisa pregò ardentemente di non nominarla) venne e regalò a tutte noi ragazze una copia, che io ti consegno. Non è in buone condizioni, perché io l’ho letta e riletta tante e tante volte. Ci raccontò dell’ udienza  concessa da  San Pio X che gli aveva detto:
 “Reverendo padre, quando leggerai questi scritti, mettiti in ginocchio perché è Nostro Signore che parla”.

San Pio X

Parole inconsuete pronunciate da un Papa riguardo gli scritti di una mistica vivente. Forse i Santi tra loro comunicano con un “telefono” invisibile.
Zia Rosaria mi disse come San Annibale avesse preparato tutto a Trani, nella Casa della sua Congregazione, per trasferire Luisa presso le sue suore. Era quasi tutto pronto. Zia Rosaria, la sorella Angelina e le ragazze che frequentavano la scuola di ricamo non vedevano di buon occhio il trasferimento, ma Luisa sembrava contenta. Forse si realizzava in lei il sogno della sua giovinezza, entrare in convento. Ma un giorno… venne padre Annibale, forse per definire gli ultimi dettagli del trasferimento e si trovò davanti una notizia sconcertante: Luisa disse che non era possibile il suo trasferimento a Trani. Questa notizia lasciò tutti stupiti, infatti la sorella Angelina disse forse un po’ seccata: ”Avevo già sistemato tutto ed ora punto e a capo!”. La spiegazione fu questa. Nostro Signore le apparve di notte e disse: “ IO NON HO SCELTO TRANI, HO SCELTO CORATO. DI’ A PADRE ANNIBALE CHE SE AVESSI SCELTO TRANI, AVREI SCELTO UNA PERSONA DI TRANI “. Padre Annibale capì e lasciò stare tutto così come era.
Zia Rosaria così commentò: ”Significa che per Nostro Signore, anche il luogo è importante, ed il mondo  un giorno parlerà di Corato come ora si parla di Betlemme “.
Possono sembrare parole esagerate ma, zia Rosaria conosceva benissimo Luisa Piccarreta, e credo che le sue parole non si debbano sottovalutare.

 

                                   ZIA ROSARIA  E   LA NONNA LUISA

Nonna Luisa era una donna autoritaria, con un carattere forte, sorretta sempre da una grande fede. Si prodigò per la realizzazione, a sue spese, di alcuni lavori di restauro nella chiesa matrice di Corato (BA) e donò alcune tele raffiguranti santi.                                       
Negli anni seguenti, un gravissimo rovescio finanziario investì la famiglia. E dopo la morte di  una sorella di zia Rosaria, la situazione stava peggiorando in quanto su Francesco  (mio padre), unico sostegno della famiglia, incombeva il servizio militare. Ciò significava ridurre tutta la famiglia in miseria, in quanto era Francesco che mandava avanti l’attività dell’unico forno rimasto e per giunta ipotecato. La nonna più volte sollecitò zia Rosaria ad esporre il problema a Luisa ma, zia si vergognava di intercedere presso Luisa per una grazia così singolare, quella cioè di non far partire Francesco per il servizio militare. Ora accadde che quando tutti giovani validi di Corato si apprestavano a partire, e visto che zia Rosaria non si decideva a parlare a Luisa del caso del fratello Francesco, la nonna, con il suo piglio autoritario, tagliò corto e disse alla figlia: “ Se domani non parli a Luisa di Francesco, non ti farò più andare nella casa di Luisa e rimarrai qui a casa a fare i servizi ”. Ecco quello che zia Rosaria mi raccontò: ” Con l’animo afflitto, e vergognosa, trovai un momento libero per parlare a Luisa di Francesco, chiedendo di non farlo partire“. Luisa guardò come se la volesse rimproverare per questo suo silenzio e disse: ”Lo so, lo so… e preghi molto… e il Signore farà il resto”. Una risposta generica ed all’apparenza insignificante che zia riferì alla madre, che al contrario fu molto contenta e si rasserenò. Zia riferisce che “mia madre conosceva Luisa più di me “ e proseguendo nel racconto annota: ” Francesco chiamato alla leva, fu dichiarato rivedibile. Infatti, mentre in treno raggiungeva il Distretto Militare, gli si gonfiò il collo in un modo impressionante ed  alla visita, non riuscendo i medici a spiegarsi l’origine di tale “malattia”, lo rinviarono all’anno successivo appunto come “rivedibile”. Durante il tragitto di ritorno, il gonfiore scomparve e tutto ritornò alla normalità. Questo fenomeno si verificò per ben tre anni. Francesco alla fine venne riformato ed evitò il servizio militare”.
Zia Rosaria si recava ogni mattina e molto presto nella casa di Luisa Piccarreta, prima delle ore cinque, per preparare l’altare per la Santa Messa che si celebrava alle cinque in punto e per assistere Luisa ancora rigida nel suo letto in attesa che il sacerdote con la benedizione la sbloccasse. All’arrivo del sacerdote, che quasi sempre era il confessore delegato dal Vescovo, zia apriva le tendine del letto di Luisa.
Il sacerdote segnava il corpo di Luisa con il Segno di Croce, indossava i paramenti e dava inizio alla celebrazione della Santa Messa, mentre Luisa rinveniva dal quel suo stato di rigidità. Dopo la Santa Messa, zia Rosaria sistemava un tombolo mobile sulle ginocchia di Luisa che così dava inizio al suo lavoro quotidiano. Zia invece lavorava, accanto a Luisa, con un tombolo molto particolare, formato da un tavolo e che ora è conservato presso l’Associazione. Luisa, avendo le stimmate interne ed invisibili, non poteva esercitare per lungo tempo la forza necessaria per tirare i fili del ricamo, poiché veniva sopraffatta dal dolore alle mani. Quindi zia Rosaria interveniva completando e rettificando la trama del ricamo di Luisa. Ciò era prassi quasi giornaliera. Alle ore otto arrivavano le altre ragazze e si dava inizio alla giornata di lezione in quella scuola di ricamo, la cui direzione era ormai passata da Luisa a Rosaria, essendo quest’ ultima più autoritaria e pertanto più ascoltata, specialmente dalle allieve più negligenti.
Molte suore si recavano da Luisa, in particolare le Missionarie del Sacro Costato e di Maria SS. Addolorata, congregazione fondata dal Servo di Dio Eustachio Montemurro.

 

Alla morte del suo fondatore, furono la segretaria e la sua vicaria a frequentare con assiduità Luisa, per avere consigli. Avendo molto sofferto, Eustachio Montemurro (racconta zia Rosaria ) fu un giorno consolato da Luisa con queste parole: ”Coraggio padre, sulle sue sofferenze fioriranno molti giardini “. Parole misteriose e profetiche, piene di speranza, che anticiparono la bellissima fioritura della sua congregazione. Ed infatti furono moltissime le ragazze di Corato che abbracciarono la vita monastica con le Missionarie del Sacro Costato, su consiglio di Luisa, a cui  pertanto va riconosciuto l’ingente contributo spirituale dato per quella fioritura. Tra le Missionarie del Sacro Costato vi è, tuttora vivente, suor Adelinda, mia lontana parente.

 

Suor Adelinda e P. Bernardino Bucci

 

A lei zia Rosaria riferì il consiglio di Luisa La Santa. In seguito si tennero in contatto, e tutte le volte che suor Adelinda veniva a Corato, trascorrevano molto tempo insieme, assistendo alla Santa Messa e recitando il Santo Rosario. Spesso parlavano del santo fondatore Eustachio Montemurro.
Anche Maria Olivieri ( madre di suor Adelinda), ricorreva spesso a zia Rosaria preoccupata com' era per la salute della figlia suora in quanto alcune consorelle erano rientrate a casa per malattia. Zia la conduceva da Luisa, e Luisa più volte ebbe  parole di incoraggiamento, esortandola ad essere fiduciosa della grazia di Dio tanto che un giorno le disse: ”Maria, ringrazia il Signore che ha fatto alla tua famiglia un così grande dono “. Suor Adelinda ha perseverato degnamente nella sua vocazione, edificando tutti coloro che ha incontrato, ovunque e dove la Santa Obbedienza ha voluto inviarla. Oggi ha ottantasei anni e vive a Gravina di Puglia (BA) nella Casa della Congregazione, trasformata in casa di riposo per suore anziane e non più autosufficienti.

 

P. Bernardino Bucci con Suor Giustina, Suor Adelinda e Suor Nunzia

 

Suor Adelinda, da me più volte visitata, ora vive la sua sofferenza con serenità e compiendo la volontà di Dio. Spesso mi dice: ”Non amo abbastanza il Signore, lo vorrei amare molto di più”. Suor Adelinda vive sotto l’ala protettrice della Serva di Dio Luisa Piccarreta.
Molte persone si recavano da zia Rosaria per aver modo di essere presentate a Luisa:
chi per chiedere preghiere particolari, chi grazie. Per quanto era in suo potere, zia cercava di accontentare tutti, ben sapendo che Luisa non amava la notorietà. Infatti, una volta Luisa le disse: ”Tu mi puoi riferire quello che vuoi, ma non voglio che vengano qui e se insistono io pregherò per due volte per loro. E rivolgi queste parole: Luisa non è una santa, è solo una povera malata bisognosa di tutto; andassero davanti al Santissimo, e lì possono chiedere quello che vogliono, perché è Lui che può ascoltare e gratificare, se ciò sarà per il bene della propria anima”.
Zia Rosaria attenendosi fedelmente alle disposizioni della Serva di Dio, scoraggiava le persone che volevano incontrare Luisa, soprattutto per curiosità. A volte avvenivano prodigi quali guarigioni da tumori e malattie. Zia mi ha indicato le persone, già decedute, che furono beneficate da Dio per intercessione di Luisa.
Particolare attenzione veniva rivolta alle giovani coppie, tanto che Luisa amava farle sedere accanto a sé, spronandole ed esortandole alla fedeltà e all’amore vicendevole.
Diceva infatti, che la Santità si realizza nella famiglia santa ed elogiava, come traspare dai suoi scritti, la figura dei suoi genitori che riteneva “ angeli di fede e di purezza “.
Dispiace che ancora non si sia messa in luce l’importanza che ebbero i genitori di Luisa. Zia Rosaria li ha sempre ricordati quali “santi genitori “ degnissimi di tale figlia. Nel 1935 nonna Maria lasciò questa Terra; zia Rosaria chiedeva a Luisa di pregare per l’anima della madre e lo faceva in maniera insistente. Luisa, al colmo della pazienza, le disse un giorno :
Smettila di chiedere preghiere per tua madre, pensa a tuo padre”. Zia Rosaria rimase sbalordita per la risposta e da allora fece celebrare Sante Messe in suffragio dell’anima di suo padre Luigi (mio nonno) morto nel 1929.
La vita di zia Rosaria si svolgeva quasi completamente in casa di Luisa, specialmente quando Luisa traslocò in via Maddalena, dove morì, dopo aver vissuto dalle suore del Divino Zelo. Era lei che s' interessava della stipula dei contratti con i clienti interessati ai lavori del ricamo al tombolo, in quanto Luisa essendo totalmente immersa nella sua spiritualità, disdegnava il dover interessarsi di faccende gestionali. Solo esortava zia Rosaria all’onestà e alla correttezza. Ella non aveva bisogno di nulla per il suo mantenimento e lo stretto necessario era per la sorella Angelina.
Nel 1938 su Luisa piombò la condanna del Sant’Uffizio. Il turbamento, che tale disposizione provocò, fu più nell’opinione pubblica che in Luisa. Nelle chiese, per ordine superiore, si disse a chiare lettere, che Luisa era una visionaria e che non andava seguita né frequentata, pena la scomunica.
Questo suscitò in tutta Corato e nei dintorni ( Bari-Barletta-Andria-Bisceglie-Canosa-Minervino-Gravina di Puglia-Ruvo-Margherita di Savoia ecc.) grande impressione, sgomento e maldicenza. Moltissimi si allontanarono da Luisa. Rimasero a lei fedeli: zia Rosaria e le sorelle Cimadomo, che come se niente fosse accaduto, continuarono a sostenere ed a frequentare Luisa.
Zia Rosaria in quel periodo soffrì moltissimo. Spesso sfogava tra le lacrime il suo disappunto in casa nostra, dove mia madre Serafina,  non si faceva pregare  nel criticare le decisioni ed i comportamenti degli esponenti del clero, avendo ricevuto una educazione scolastica liberale ed anticlericale. Zia Rosaria non ha mai condiviso i giudizi gratuiti della cognata e quando esagerava, troncava il discorso e andava via dicendo: ”Anche tutto questo disastro è Volontà di Dio”.
Avendo ricevuto l’ordine dall’arciprete don Clemente Ferrara, di distruggere e bruciare tutto l’appartenente a Luisa, dagli oggetti agli scritti, zia si apprestava ad eseguire quanto ordinatole. Mia madre e mio fratello maggiore, Luigi, si opposero.
Zia fece rilevare che disobbedendo, avrebbero rischiato l’inferno. Mio fratello Luigi disse: ”All’inferno vado io, questi oggetti non si distruggono!”. E strappatili con decisione dalle mani di zia Rosaria, li conservò. Zia rimase interdetta e non volle insistere oltre. Luisa rimase nella sua calma imperturbabile, come se non avesse nulla a che fare con quanto stava accadendo intorno a lei. Zia Rosaria successivamente, forse anche incoraggiata dalla solidarietà della nostra famiglia, mise da parte il timore dell’inferno, tanto che quando si presentò il delegato del Sant’Uffizio, per farsi consegnare tutti i manoscritti di Luisa, non consegnò l’ultimo volume in quanto era ancora intenta nella sua lettura. Sorridendo raccontava: ”L’avevo messo sotto il mio cuscino”.
La celebrazione della Santa Messa quotidiana fu proibita dall’arciprete, che però portava la Santa Comunione e con il segno di Croce risvegliava il corpo bloccato di Luisa. Quando, dopo la bufera, si calmarono le acque, venne monsignor Leo, Vescovo di Trani, a fare visita e ad incoraggiare Luisa. Quando la vide disse: ”Tu non hai bisogno di incoraggiamento, siamo noi più afflitti di te “. Essendo presente l’arciprete, zia Rosaria con la sua caratteristica intraprendenza prese il coraggio a due mani e disse: ”Eccellenza, perché non si dice più la Santa Messa, privilegio avuto da San Pio X ?”. L’Arcivescovo rimase interdetto e chiese, incrociando lo sguardo dell’arciprete: ”Perché non si celebra più la Santa Messa ? Da Roma non è stata proibita la Santa Messa. Anzi Roma è rimasta edificata dalla sottomissione di Luisa. E tu non fare lo zelante più del necessario. Da domani vieni tu a celebrare ogni giorno la Santa Messa “. Zia Rosaria da quel giorno ebbe un nemico in più, perché per l’umiliazione subita, ritenuta troppo forte, l’arciprete non le rivolse più la parola. Da Roma poi giunse il telegramma contenete il permesso per Luisa di continuare a vivere nella sua spiritualità con l’eccezione di non scriverne. Così nulla cambiò nella quotidianità della Serva di Dio. Per zia Rosaria quello fu il periodo della massima misticità vissuta da Luisa: “ Visse di sola fede”.
In questo particolare periodo, si intensificarono le visite dei frati cappuccini. Sebbene ossequienti alle disposizioni di Santa Madre Chiesa ( da tutti i conventi sparirono i libri proibiti a partire da L’Orologio della Passione che veniva usato dai frati per la meditazione collettiva ) pur tuttavia non fecero scemare la loro stima nei confronti della Serva di Dio. Tutti, fratelli laici o sacerdoti, che per qualsivoglia motivo si recavano a Corato non tralasciavano di fare visita a Luisa.

Frati che hanno conosciuto Luisa Piccarreta

 

A memoria di zia Rosaria: Fra Rosario, Fra Vito, Fra Pasquale, Fra Ignazio, Padre Tobia (sacerdote di santa vita), Padre Filippo, Padre Fedele, Padre Zaccaria, Padre Elia, Padre Isaia, Padre Terenzio e tanti altri che conosceva benissimo. Una menzione particolare merita Padre Gabriele da Corato.
Il fatto che zia Rosaria fosse conosciuta e stimata dai frati cappuccini, posso testimoniarlo io personalmente. Infatti, quando entrai in seminario, molti padri avanti negli anni, sentendo il mio cognome, Bucci, mi domandavano: “Ma sei di Corato?”. Io rispondevo sì. “ Hai conosciuto Luisa La Santa ? ”. Sì. “ E Rosaria l’hai conosciuta ?”. Certo è mia zia. “ Che santa donna è tua zia! Con quanta gentilezza ci accoglieva, sempre col sorriso. Tua zia era una degna creatura messa da Dio accanto a Luisa La Santa “. Tutte le volte che zia Rosaria veniva a trovarmi in seminario a Barletta, Padre Terenzio da Campi Salentina (LE), all’epoca superiore del convento, e padre Clemente da Triggiano (BA) assistente del Terz'Ordine Francescano delle Puglie, gradivano colloquiare privatamente con lei. La medesima cosa avvenne, quando fui trasferito nel convento di Francavilla, con il    superiore Padre Agatangelo e con padre Daniele da Triggiano (BA), ogni volta che zia mi faceva visita. In tutti in luoghi che ho frequentato da studente o dove vi erano frati anziani, si è ripetuta la stessa scena. Data la proverbiale riservatezza di zia Rosaria, non mi è stato mai rivelato il contenuto di quei colloqui. Posso solo affermare che Padre Antonio da Stigliano, assiduo frequentatore della casa di Luisa, parlava del Servo di Dio Fra Dionisio da Barletta, del quale aveva cercato di stilare una biografia, alquanto scarna, data l’insufficiente quantità di notizie a disposizione. Zia Rosaria conosceva benissimo Fra Dionisio e assicurava che spesse volte chiedeva la sua intercessione in quanto molto stimato da Luisa.

 

                      

       FRANCESCO BUCCI    E    LUISA PICCARRETA

Francesco Bucci, mio padre, era fratello di Rosaria Bucci. Molto legato alla sorella, aveva una profonda venerazione per la Serva di Dio Luisa Piccarreta, sia perché conosciuta dall’infanzia sia perché in famiglia era argomento quotidiano il parlarne. Molte volte aveva visto Luisa quando veniva trasportata in carrozza. Era uno di quei ragazzini che correvano precedendo la carrozza con Luisa a bordo e che gridavano :
“ Passa Luisa La Santa! “. Alla mia domanda, se vi fosse stato qualcuno che li avvertisse del passaggio di Luisa mi rispose: ”No! Nessuno ci diceva nulla ! Tutti quanti (noi ragazzini) avvertivamo che in quella carrozza c’era Luisa…E come una ispirazione, lasciavamo i giochi e cominciavamo a scappare davanti alla carrozza e strada facendo molti ragazzi si univano a noi tanto da formare alla fine del viaggio, un gruppo molto consistente. Quando Luisa veniva presa in braccio e dalla carrozza portata in casa, tutti facevamo silenzio come dei soldati in riga. Alcune volte ho visto che Luisa ci guardava con molta dolcezza, con quegli occhi grandi che impressionavano, ed una volta ci salutò col segno della mano. Luisa Piccarreta ci ha fatto vedere continuamente cose nuove. Io non ho fatto il soldato, anche se ero in piena salute, per lei. Fece la grazia della guarigione del mio primo figlio, che da morto si trovò vivo; disse a Serafina (sua moglie e mia madre)l’anno in cui avrebbe avuto l’insegnamento. Quando tua madre si trovava in difficoltà, andava da Luisa e tutto ritornava come prima”.
Quando su Luisa si abbatté la condanna del Sant’Uffizio, mio padre Francesco rimase molto afflitto e disse: ”Sti privt so fatue soltant !” ( tradotto in italiano )”Questi preti sono pazzi soltanto”. Poi aggiunse: ”Ma il Papa la conosce! Roma non sa cosa fare e si mette a fare sciocchezze, ma chi ha provocato questa condanna farà una brutta fine”. Sono le parole spontanee di un uomo semplice che non riusciva a spiegarsi i severi provvedimenti adottati contro una umile donna, stimata da tutti.
Mio padre morì nel 1960, la notte del 31 Dicembre, invocando la Serva di Dio. Le sue ultime parole furono: ”Luisa aiutami…aiutami ” . Spirò stringendo sul petto la camicia di Luisa.

 

                        SERAFINA GAROFALO  E  LUISA PICCARRETA

 

SERAFINA GAROFALO

 

Serafina Garofalo era mia madre, sposa di Francesco Bucci. Aveva con la Serva di Dio una particolare intimità, ma mai nulla è trapelato su quanto si dicessero durante i loro incontri. Si recava spesso da Luisa, specialmente quando mio fratello Luigi era prigioniero di guerra e non si avevano notizie sul suo stato. Quando Luisa si trasferì dall’Istituto delle suore del Divino Zelo e venne ad abitare in via Maddalena, le frequentazioni si intensificarono ulteriormente non essendovi più le barriere del regolamento monastico che   impedivano il libero accesso a Luisa. Mia madre fu tra coloro che vegliarono il feretro di Luisa. Prima che Luisa lasciasse questo mondo, spesso ripeteva questa preghiera: ”Gesù Cristo mio, non te la portare, falla rimanere con noi ancora, che è necessaria a tutti “. Con queste parole pregammo anche noi figli. Esortò poi mia sorella Luisa ad aiutare zia Rosaria nell’assistenza alla Serva di Dio, ormai al termine della sua vita terrena, ed a fare attenzione affinché non avvenisse il saccheggio della casa di Luisa da parte di devoti indiscreti. Ciò nonostante, molti oggetti appartenenti a Luisa, scomparvero ugualmente.
Ritornando al periodo in cui mio fratello Luigi era militare, ecco quanto accadde.
Luisa aveva rasserenato mia madre col dirle che mio fratello Luigi sarebbe ritornato di lì a poco, anche se era considerato disperso…o addirittura morto. Un giorno infatti,
arriva un telegramma che avverte del prossimo sbarco a Bari di mio fratello. Ero presente e questa fu la scena indelebilmente impressa nella mia memoria: mia madre legge il telegramma, si inginocchia davanti al quadro di Gesù ed alla foto di Luisa e piangendo proferisce parole di ringraziamento. Poi con il cuore in gola si reca da Luisa, e Luisa come sempre imperturbabile, le dice: ” Serafì, ringrazia il Signore! E andate a prenderlo a Bari perché non è né storpio né cieco, ma sano come un pesce”. Erano corse voci su mutilazioni subite da Luigi.
Quando mio fratello giunse a Corato, andò da Luisa per renderle omaggio e salutarla.
Rivolgendosi a “ZIA LUISA”( così la chiamava) le disse: ” La zì…e Cristina? (la sua fidanzata che era in America)”. Luisa lo guardò e disse: ”Gigì, figlio mio, c’è il mare in mezzo” poi aggiunse: ”Vai a ringraziare il Signore e fai sempre la Sua Volontà”.
Mia madre morì il 21 Gennaio 1951, tre anni dopo la morte di Luisa, con indosso la camicia di Luisa.

 

 

     LUISA PICCARRETA E GEMMA   BUCCI    

 

GEMMA BUCCI

 

 

Gemma è la più piccola della mie sorelle ed è tornata alla Casa del Padre il 18 Dicembre del 2006. Era la beniamina di Luisa Piccarreta. Nell’arco della sua vita di sposa e di madre fu ben temprata da Nostro Signore. Accettò la sofferenza non solo senza mai ribellarsi, ma sforzandosi di compiere sempre e comunque la Volontà di Dio.
E’ stata l’unica, della famiglia Bucci, che ha assistito e partecipato a fenomeni mistici in casa di Luisa. Così raccontava un fenomeno da cui era rimasta più impressionata.
Come al solito io e Peppino (chi scrive) ci recavamo nella casa di Luisa, e Luisa ci faceva raccogliere, come sempre, gli spilli che cadevano durante il lavoro di ricamo al tombolo. Noi eravamo molto vivaci e facilmente ci mettevamo a giocare procurando rumore. La sorella di Luisa, Angelina, non sopportava il nostro chiasso e ci rimproverava. Molte volte ci cacciava via suscitando in noi il pianto.
Una volta mentre stavamo ridendo in maniera esagerata e rumorosa, vedemmo venire Angelina, scura in viso, pronta all’ennesimo rimprovero.
Peppino scappò giù per le scale, io invece mi rifugiai nella stanza di Luisa, sotto il letto, non solo per sfuggire ad Angelina ma anche per fare una “improvvisata” a zia Rosaria che mi cercava dopo quel rimprovero.
Io, quando tutto si era calmato, uscii da sotto il letto di Luisa e assistetti ad una scena indescrivibile e paradisiaca.
Il BAMBINO che stava sul comodino di Luisa si animò e andò tra le braccia di Luisa che lo abbracciava, lo baciava  e  se  lo stringeva al petto.
Io rimasi incantata, estasiata, non sapevo se mi trovavo in aria o in terra.
Entrai in un’atmosfera di un silenzio sconosciuto. Non si sentiva più né il parlare di zia né di Angelina né il vociare delle ragazze che nella stanza accanto lavoravano al tombolo.
Ebbi l’impressione che tutto fosse fermo, un silenzio arcano che non incuteva paura.
Mi sentivo felice, di una felicità che io non so comprendere, il mio piccolo cuore sembrava scoppiasse per la gioia.
Non so quanto tempo sono rimasta in queste condizioni, ebbi l’impressione di trovarmi in paradiso.
Ma ad un certo punto tutto scomparve e ritornò come prima.
Vidi zia Rosaria entrare nella stanza di Luisa. Vedendomi disse: “ Qui stai tu? E Peppino dove sta?”. Io risposi che era fuggito giù per le scale. Zia disse: ”Tornate a casa adesso, che è ora di mangiare”. Luisa, la vidi come al solito lavorare al tombolo e non disse una parola.
Solo quando io stavo per oltrepassare la soglia della porta della sua stanza, mi rivolse uno sguardo fugace e significativo.
Questo episodio veniva spesso raccontato da Gemma, e lo confermò anche all’audizione presso il Tribunale Ecclesiastico Diocesano per l’istruttoria del processo di beatificazione di Luisa.
Gemma quasi ogni giorno si recava in casa di Luisa con zia Rosaria e molte volte quando anch’io le accompagnavo, zia comandava ad entrambi di recarci a casa delle sorelle Cimadomo a ritirare il pranzo per la Serva di Dio. Per devozione, tutte le famiglie nobili di Corato, a turno, provvedevano al pranzo giornaliero di Luisa, ma tutti sapevano che Luisa non aveva necessità di alimentarsi.
Il pranzo era consumato solamente dalla sorella Angelina e da zia Rosaria in quanto, Luisa rimetteva istantaneamente ed integralmente quanto deglutiva.
Alcune volte, quando c’era particolare abbondanza di cibo e Gemma ed io restavamo a pranzo, zia Rosaria preparava un piattino con un piccolissimo quantitativo di minestrina e ci chiedeva di portarlo a Luisa.
Graziosamente ci accoglieva, prendeva il piattino e mangiava.
Subito dopo arrivava Zia Rosaria con un vassoio e Luisa rimetteva quanto aveva introdotto così come era prima.
Molte volte Gemma ed io abbiamo sentito il profumo emanato da questo cibo e mai siamo stati assaliti dal senso di disgusto quando Luisa rimetteva.
Quando Luisa si aggravò e successivamente morì, Gemma rimase in silenzio in preda ad una profonda angoscia. Ma qualche tempo dopo la morte di Luisa divenne allegra, giocava e aveva tanta voglia di divertirsi tanto che un giorno le dissi: ”E’ già finito il dolore per Luisa?”. Lei mi rispose: “Sono allegra perché Luisa è in paradiso”.
Ripensando, negli anni successivi, da sacerdote, alla risposta che mi diede, ebbi l’impressione che avesse ricevuto qualche segno da Luisa. Quando però l’interrogai su questo episodio, si trincerò nel più stretto riserbo.
Una volta mi disse che Luisa le aveva detto: “ Ti porterò in paradiso quando sarai stata completamente purificata e divenuta degna di Dio”.
E Gemma è stata veramente purificata nella sua vita da infinite sofferenze.
Il primo parto avvenne con taglio cesareo ed il secondo, per la superficialità dei sanitari poco mancò che la conducesse alla morte.
Fui chiamato nella notte e immediatamente mi recai in ospedale. Vista la gravità della situazione pensai subito alla grande reliquia che zia Rosaria custodiva. Pertanto mi recai a Corato, svegliai zia e le chiesi la camicia di Luisa. Con la massima celerità, zia Rosaria la prese e venne con me all’ospedale di Bisceglie.
Prima dell’intervento pregammo il chirurgo affinché permettesse che la camicia di Luisa venisse posta sotto la nuca di Gemma. Venne praticata l’isterectomia. Il primario ci comunicò che il bambino era sopravvissuto, ma per la mamma le speranze di vita erano nulle e quindi bisognava preparasi al peggio.
Gli avvenimenti successivi invece presero una piega diversa. Il bambino morì e Gemma si salvò. Cosa accadde?
Tutta l’attenzione del personale della sala operatoria si concentrò su Gemma mentre il bambino fu abbandonato, nudo, su una lastra di marmo.
Contrasse così una polmonite fulminante che il giorno successivo lo condusse a morte. Personalmente lo  battezzai e cresimai prima del decesso.
Gemma subì un ulteriore trauma per la morte del figlio. Dopo circa una settimana parlai con Gemma, che era inconsolabile, e le dissi che avevo provveduto al battesimo del neonato imponendogli il nome di Rosario.
Gemma mi rispose così: “Durante l’operazione, a piedi del lettino, vedevo Luisa che aveva in braccio un bambino e mi diceva…TU RIMARRAI ANCORA PER MOLTO TEMPO. SII CORAGGIOSA, E FAI SEMPRE LA VOLONTA’ DI DIO…QUESTO BIMBO E’ PER IL PARADISO TRA GLI ANGELI “.
Dopo l’intervento chirurgico sorsero delle complicanze in quanto non vennero rimossi totalmente i residui del materiale uterino. Si ebbe una infezione che ben presto si cronicizzò, comportando coliche addominali atroci. Ciò portò Gemma sull’orlo dello squilibrio mentale mentre, in noi di famiglia procurò grande angoscia.
Dopo tanto peregrinare, finalmente, il professor Lattanzio di Barletta, chirurgo  di chiara fama, individuò la causa ed intervenne chirurgicamente una seconda volta ponendo fine ai suoi patimenti.
La vita di Gemma  dava l’impressione di essere un miracolo continuo. Dopo tante peripezie, affrontate durante il suo cammino terreno, Gemma era sempre serena, abbandonata alla Volontà di Dio. Le facevo visita frequentemente, e quando da soli, senza orecchie indiscrete le chiedevo della sua salute, mi rispondeva: “Dobbiamo fare la Volontà di Dio anche nella sofferenza. Io sono pienamente cosciente di essere  viva per miracolo. Luisa mi protegge sempre e mi aiuta ad accettare e sopportare tutto”.
Anche negli ultimi tempi quando lo stato di salute è peggiorato, a chi le domandava come si sentisse rispondeva sorridendo: “ Sto benissimo”. Tutti sapevamo che la sua vita era in pericolo.
Dopo la morte di Luisa, Gemma e zia Rosaria si prodigarono per diffondere non solo la devozione alla Serva di Dio ma soprattutto il  messaggio spirituale. Ciò è riscontrabile dagli appunti scritti che la stessa Gemma ha voluto affidarmi durante una delle mie visite.
E’ lei che ha accompagnato zia Rosaria in tutti i suoi viaggi. A San Giovanni Rotondo da Padre Pio; a Roma  in Vaticano, dall’avvocato Palermo e dal Cardinale Ottaviani al Sant’Uffizio; a Trani  dall’Arcivescovo monsignor Addazzi; a Salerno dal Vicario Generale monsignor Balducci che aveva conosciuto la Serva di Dio; a Bari da monsignor Samarelli, Vicario generale della diocesi e da monsignor Mimmi, l’Arcivescovo.
Gemma mi diceva che da tutti avevano ricevuto cordiale accoglienza, ma ben poche speranze circa l’apertura del processo di beatificazione…solo Padre Pio le incorragiò ad andare avanti.

 

 

LUISA PICCARRETA E LISETTA BUCCI     

 

LISETTA BUCCI

al tempo della scuola di ricamo

 

Luisa Bucci  è  mia sorella, la maggiore. Per tutti noi di famiglia il suo nome è sempre stato il suo vezzeggiativo, Lisetta. Dopo zia Rosaria, è l’esponente della famiglia Bucci che ha vissuto a più stretto contatto e per più lungo tempo con Luisa Piccarreta. Molto apprezzata è stata la sua testimonianza all’audizione presso il Tribunale Ecclesiastico Diocesano in quanto ha messo in luce alcuni aspetti significativi della spiritualità e santità della Serva di Dio.
Dopo questa breve premessa, facendo appello alle mie risorse mnemoniche, cercherò di  tradurre in parole scritte quanto Lisetta mi ha raccontato e tuttora racconta sul periodo della sua vita trascorsa accanto a Luisa la santa.
Luisa Bucci, figlia di Francesco e di Serafina Garofalo, è nata il 4 Aprile del 1926.  Sua madrina di Cresima fu Angelina Piccarreta. Frequentò la casa di Luisa in qualità di apprendista ricamatrice, quando Luisa lasciò l’Istituto Sant’Antonio, fondato da San Annibale di Francia e gestito dalle suore del Divino Zelo, per trasferirsi in via Maddalena, dove visse gli ultimi dieci anni circa della sua esistenza terrena. Dai suoi ricordi emergono i particolari di quando era difficilissimo avvicinarsi a Luisa, in quanto il rigidissimo regolamento monastico praticamente impediva a chiunque anche il solo vederla. Così racconta: ”L’unica occasione era costituita dalla Santa Messa che si celebrava al mattino presto nella cappella del monastero. In quel frangente, quando Luisa riceveva la Santa Comunione era possibile intravederla attraverso una finestra che veniva aperta per l’occorrenza e soltanto dai primi posti nei pressi dell’altare. Pertanto è facilmente immaginabile cosa accadeva ogni mattina per poter occupare quei posti. Inoltre l’orario e la distanza che intercorreva tra casa nostra e il monastero fecero sì che vidi Luisa una sola volta e soltanto perché zia Rosaria mi condusse nella sua stanza.
In seguito, dopo il trasferimento in via Maddalena, vedere Luisa divenne cosa abbastanza normale e quotidiana, data anche la vicinanza della nostra casa, sita in via Andria, con quella di Luisa”. Mia sorella chiese di essere ammessa alla scuola di ricamo ma zia Rosaria cercò di dissuaderla in quanto a suo dire era “troppo vivace e aveva poca testa di lavorare”. Luisa invece fu di parere contrario e disse: “ Falla venire” e aggiunse: “Lisetta è come il mare mosso ed è piena di vita, ma il suo cuore è buono”. Così Lisetta cominciò a frequentare giornalmente la casa di Luisa.
Zia Rosaria era molto severa, non ammetteva errori e quando la rimproverava fino alle lacrime, interveniva Luisa che la chiamava accanto e rettificava il suo piccolo lavoro. Anche con le altre ragazze, Luisa, aveva lo stesso comportamento.
Per questo motivo tutte le ragazze chiamavano Luisa la “dolce mamma” mentre zia Rosaria veniva, definita “u sir “ che è una espressione dialettale coratina atta ad indicare un genitore autoritario che incuteva rispetto, oppure “ u crmaoun” che esprimeva lo stesso concetto. Ora Rosaria era temuta, Luisa amata per la sua dolcezza. Io interrogai zia Rosaria su questo punto, ed  ecco le sue parole:  “Oltre ad essere testa tosta, io volevo che capissero chi era la vera maestra, che era Luisa e non io, ed io godevo quando dopo il mio rimprovero ricorrevano a Luisa, allora io tacevo mi immergevo nel lavoro e trasportavo il tavolo del tombolo lontano dal letto di Luisa”. Io le risposi: ma tu eri forte, esageravi. “ E’ vero riconoscevo i miei limiti, Luisa però non mi diceva nulla, mi lasciava fare”.
Qualche volta Luisa diceva a Lisetta: “Basta a lavorare vai ad aiutare ad Angelina perché tu non sarai mai una perfetta ricamatrice, il lavoro del tombolo per te è molto difficile”. Mia sorella volentieri andava ad aiutare Angelina, sua madrina di cresima, e con la “commara ” come lei la chiamava,  faceva lunghi discorsi sulla scuola, sulle amicizie, su mio fratello Luigi e su mamma.  In seguito Lisetta non frequentò più la scuola di ricamo, ma ugualmente trascorreva molto del suo tempo in casa di Luisa, aiutando  Angelina e zia Rosaria nel disbrigo delle faccende domestiche e nella cura della persona di Luisa, come pettinarla, o provvedere al cambio  delle lenzuola del suo letto.
Lisetta registrava nella sua mente tutto quello che accadeva e quando tornava a casa raccontava ogni cosa a mia madre. Una delle sue più grosse meraviglie era nel costatare come zia Rosaria trasportava in braccio Luisa con estrema  facilità, come se non pesasse nulla. Una volta tentò lei, ma immediatamente zia Rosaria intervenne impedendole quanto aveva in animo di fare. L’enigma si risolse, alla morte di Luisa come vedremo in seguito. In alcune occasioni Lisetta ha trascorso la notte in casa di Luisa, dormendo nel grande letto tra zia Rosaria e Angelina. In una di quelle circostanze notò che zia Rosaria ad un certo punto si alzava e andava con dedizione e sentimento di carità nella stanza di Luisa. Lisetta tenendo un occhio chiuso e fingendo di dormire, osservava con l’altro occhietto quanto accadeva ed asseriva che dalla stanza di Luisa quando zia Rosaria entrava, “una luce particolare usciva dalla stanza, era una luce che assomigliava ad una lampada tinta di rosso”. Lei cercava di alzarsi ma non ci riusciva. Poi ad un certo punto zia Rosaria rientrava e si coricava come se nulla fosse… La sorella di Luisa, Angelina, dormiva profondamente e non avvertiva nulla. A detta di Lisetta, zia Rosaria quando usciva dalla stanza di Luisa sembrava più giovane, il suo viso sembrava bello fresco, anche i suoi capelli sembravano belli pettinati.

Mia sorella seguì tutte le fasi della malattia di Luisa e raccontava in casa circa le perplessità del dottor Felice Avella che non sapeva esprimersi chiaramente sulla malattia di Luisa. Per lui non era ancora chiaro se si trattava di un altro fenomeno mistico o di una malattia molto seria che stava  o aveva posto fine alla sua esistenza terrena. In fine si pronunziò, diagnosticando una bronchite acuta. Diagnosi che non convinse nessuno, lui in primis. Pertanto nell’incertezza  dello stato in cui versava Luisa, non si decideva a rilasciare il certificato di morte. Ogni giorno, mattina e sera visitava  Luisa ma fu solo dopo un consulto medico con altri colleghi che dichiarò che Luisa era veramente morta, e non apparentemente così come si riteneva tra la gente, ed  ordinò che si provvedesse seriamente alla sepoltura.
La salma di Luisa rimase esposta per ben  4 giorni alla venerazione del pubblico, notte e giorno ininterrottamente. L’affluenza fu tale che si dovette ricorrere all’esercito americano  per mantenere l’ordine pubblico. Quando Luisa spirò, in tutti scese un silenzio misto a meraviglia e stupore. Tutti ebbero l’impressione che una grande santa avesse lasciato questo mondo. Nessuno osava toccarla, Luisa rimaneva nella sua posizione abituale.
Nemmeno il suo confessore osò toccarla, fece solo un segno di Croce come se volesse svegliarla, ma Luisa rimaneva serena come se dormisse. Il dottore, don Felicetto Avella, fu il primo a toccarla, tastò il polso, auscultò il cuore e constatò che tutto era fermo e confermò a tutti che Luisa era clinicamente morta, e ordinò di  stenderla prima che il cadavere si irrigidisse. Fu solo allora che zia Rosaria e Angelina scoppiarono a piangere e furono accompagnate nella stanza accanto. Mia sorella fu la prima, dopo il dottor Avella, a toccare Luisa, cercò di stenderla, ma non ci riuscì, le altre donne presenti fecero lo stesso tentativo ma non ci riuscirono. Ad un certo punto  aprì la bocca come se volesse dire: “ lasciatemi stare! ”. Alcune donne si spaventarono asserendo di aver sentito una voce che diceva “lasciatemi stare“.

Non sapendo cosa fare, Lisetta prese l’iniziativa e chiamandola per nome come si usava quando si componevano e vestivano i morti disse: ” Zia Luisa ti tolgo la camicia che tieni piena di sudore e ti metto quella pulita”. Così la vestì con abiti puliti. Il corpo di Luisa assecondava docilmente le manovre per farle indossare indumenti puliti e senza che le gambe si alzassero. Dopo aver messo la camicia, Lisetta infilò le calze pulite infine la prese in braccio e la depose sul catafalco che era stato preparato nell’altra stanza per l’esposizione, perché molte persone già premevano alla porta. Fu allora che ebbe l’impressione che Luisa non pesasse nulla, tanto che riferì a nostra madre: “ Il corpo di Luisa pesava meno di un giornale, ecco perché zia Rosaria la spostava tanto facilmente da un luogo all’altro quando si doveva fare pulizia”. Dopo aver provveduto alla sistemazione delle spoglie mortali ponendo anche i cuscini dietro la schiena, come normalmente  Luisa era abituata ad averli, tornò nella stanza per recuperare gli indumenti indossati da Luisa al momento del decesso. Erano tutti scomparsi, solo la camicia “sudata” restava. Nessuno dei presenti ebbe il coraggio di rispondere alla domanda di Lisetta, su dove fossero finiti quei vestiti, ma è facilmente comprensibile che la tentazione di avere una reliquia di Luisa fu troppo forte e che pertanto, chi ebbe la possibilità non se la fece scappare. Allora mia sorella prese la camicia la piegò e la portò da zia Rosaria e spiegò che tutto il resto era scomparso. Zia Rosaria disse: ” Portala a casa prima che anche questa scompaia”. Lisetta la mise in una busta e la portò a casa. Mia madre ricevette la camicia con molta venerazione e la conservò tra le cose più care. Solo allora Lisetta, essendo molto stanca, ebbe una crisi di pianto, ma confortata ed esortata da mamma andò a riposare brevemente. Mia sorella vegliò Luisa sul letto di morte per 4 giorni e con molta circospezione controllava che non avvenissero indebite asportazioni di quello che restava di quanto appartenuto a Luisa. Durante la veglia funebre uno dei soldati che prestava servizio per mantenere l’ordine pubblico, essendo molto affaticato e affamato, fu rifocillato da Lisetta con dei panini e quant’altro era disponibile in casa.
Lisetta ricorda che sorse la discussione su come dovevano svolgersi i funerali. Se la bara di Luisa doveva essere portata a spalla e da chi, oppure usare il carro funebre usuale. Si convenne di condurla a spalla. I nipoti e i parenti di Luisa, pretendevano di portarla a spalla considerandolo un  loro privilegio; dall’altro canto c’erano le suore del Divino Zelo che vantavano prepotentemente questo diritto. Chi poteva risolvere e dirimere la questione era la sorella Angelina che però dette delle risposte non risolutive. Ai nipoti disse: “ Non vi siete fatti mai vedere prima, ora vi siete fatti tutti avanti”. Alle suore del Divino Zelo disse: “ L’avete cacciata dal convento ed ora pretendete di portarla sulle vostre spalle”. Come è facilmente comprensibile queste risposte non approdarono ad una valida soluzione. Si ricorse allora a zia Rosaria che dopo Angelina era ritenuta, specialmente dalle suore, la più autorevole  a prendere decisioni così importanti, data la sua lunga convivenza in casa Piccarreta.

Zia Rosaria dopo essersi consultata con Angelina, si recò dal confessore di Luisa, don Benedetto Calvi, la cui casa distava poche decine di metri da quella di Luisa. Al ritorno si presentò con un bigliettino in mano e con fare deciso dispose: ” I nipoti scenderanno il feretro dalle scale della casa e lo porteranno sulle spalle in via Maddalena, dopo sarà ceduto alle suore dei vari istituti di Corato che sono presenti in Corato e a turno lo porteranno. Le terziarie del Terz’Ordine Domenicano con le proprie insegne circonderanno il feretro durante il corteo, accompagnate dalle ragazze e ragazzine vestite di bianco”. Questa soluzione fu accettata da tutti ed anche da Angelina. Tutti questi particolari non sono mai stati scritti da nessuna parte. Lisetta può confermare quanto asserito perché presente agli avvenimenti ed è verificabile osservando le fotografie del funerale. Don Benedetto Calvi agì nell’ombra anche per non scavalcare l’autorità dell’Arciprete don Clemente Ferrara, che aveva idee diverse circa il modo di dare l’estremo saluto alle spoglie mortali di Luisa. Aveva suggerito di “coprire la bara con un panno bianco, per sottrarre  Luisa dagli occhi curiosi della gente”.
Più che un funerale fu un trionfale incedere di Luisa attraverso le vie di Corato. Tutta la cittadinanza, compatta, volle renderle l’estremo saluto e tutta Corato si fermò per onorare Luisa La Santa. Al passaggio del feretro davanti al Liceo, il professor Lagrasta, allora preside, convocati gli alunni volle rendere omaggio a Luisa ed al microfono disse: ” Inchiniamoci davanti a  Luisa Piccarreta, creatura tutta di Dio che ha edificato il popolo con le sue virtù, grandioso esempio di una vita autenticamente cristiana. Salve creatura più di cielo che di terra, creatura privilegiata che ha irradiato Corato e il mondo con la luce della Fede. Salve Luisa la santa, tu non sei morta perché rimarrai viva nella nostra memoria e il mondo un giorno parlerà di te.” Il discorso del preside fu molto più lungo ed articolato, ma Lisetta ricorda solo queste parole, le più impresse nella sua memoria. Tutti gli studenti si segnarono col segno di Croce e molti si inginocchiarono. Miracoli e grazie si verificarono al passaggio del corteo funebre, molti malati furono messi sulla soglia delle case dove passava il corteo. Tutti piangevano e pregavano. Lisetta così continua nel suo ricordo: ”Io accompagnai la salma fino al cimitero e con dolce violenza si fece ritornare a casa zia Rosaria perché voleva vegliare la salma per la notte. Fu necessario l’intervento di don Benedetto Calvi. La mattina seguente 8 marzo, ci recammo al cimitero, la bara fu riaperta e tutti i presenti volevano toccarla, e molti avevano forbici per tagliuzzare l’abito. Io avvisai don Benedetto Calvi che si oppose, fu dato solo il permesso di toccare il Rosario di Luisa. Dopo la Messa fu seppellita nella cappella Calvi al lato sinistro  per chi guarda l’altare. Fu chiuso il loculo non con il marmo ma con un grande quadro di Luisa.

Con la morte di Luisa tante cose cambiarono nella mia vita, continuai frequentare Angelina ma non era più come prima. Zia Rosaria cercò di mantenere viva la scuola di ricamo per qualche tempo , ma anche questa finì. La morte di mamma avvenuta il 21. 1. 1951, la mia andata  a  Trieste nel 1954 (via Dandolo 5 Trieste) dove mi sposai con Pasquale Petruzzi mi allontanarono da tutti quegli avvenimenti che avevano caratterizzato la mia giovinezza, però Luisa è sempre rimasta nella mia vita come faro luminoso. Ho avuto due figli felicemente sposati ed ora ho la gioia di vedere i miei nipoti. Circa 15 anni fa  ebbi una gravissima crisi cardiaca mi trovai in pericolo di morte, ma la mia fiducia in Luisa mi permise di superare la crisi, con meraviglia del medici e dei miei figli. Sono giunta all’età di 81 anni senza problemi. Ho sempre parlato di Luisa ai miei parenti e conoscenti e ho distribuito oltre agli scritti di mio fratello su Luisa , immaginette e anche l’opera pubblicata da Andrea Magnifico. Se Trieste conosce Luisa in parte è merito mio,  di zia Concettina e del mio parroco della chiesa San Giacomo.

Qualche parola su zia Concettina, sorella di mia madre Serafina. Mi raccontava e raccontava a tutti di essere stata guarita da Luisa la santa. Gravemente malata di reni, nel 1920 fu operata in casa con l’asportazione di un rene. La mamma era ricorsa alla preghiera di Luisa la Santa, l’operazione era stata solo un tentativo del medico, che aveva detto alla mamma di preparare i vestiti di morte. Le cose andarono diversamente la fede di Maria Mazzocca loro madre ebbe il sopravvento,infatti diceva: ” sono sicura che Luisa farà la grazia “.  Zia Concettina raccontava che durante l’operazione, Luisa era seduta accanto e le accarezzava la fronte e i capelli tenendole la mano. Dopo qualche anno zia Concettina sposò un giovane con cui emigrò a Trieste. E’ vissuta fino all’età di 94 anni. Negli ultimi anni fu ricoverata nell’istituto diocesano per gli anziani e lì parlava a tutti di Luisa e leggeva i suoi scritti. Zia Concettina sapeva leggere benissimo essendo diplomata ed ha avuto nove figli tutti maschi.

 

LUISA PICCARRETA E MARIA BUCCI

 

Maria Bucci nata il  22.5.1929 a Corato ( BA) ha vissuto ad Arzola dell’Emilia (BO) in via Pedrazzi . Ha concluso la sua esistenza terrena nel Maggio del 2008. Cresimata da Zia Rosaria,  non ha frequentato Luisa come le altre sorelle. Era una ragazza molto calma e di bell'aspetto. Mal sopportava il rimprovero di Luisa quando  non andava a Messa la domenica. Sporadicamente partecipava alle meditazioni che Luisa teneva alle ragazze, e sempre molto distrattamente, tanto che a Luisa non piaceva questo suo modo di agire. Nonostante tutto ha avuto sempre una grande venerazione verso la serva di Dio e l’ho vista piangere quando Luisa morì. Ovunque è stata ha parlato sempre con grande ammirazione della serva di Dio. Si sposò con Domenico Ventura, grande ammiratore anch’egli della serva di Dio. Domenico aveva sentito parlare, di Luisa, con grande venerazione da sua madre, Teresa Ventura, che aveva frequentato la scuola di ricamo di Luisa la Santa. La signora Teresa, madre di mio cognato, descrive un aspetto sconosciuto di Luisa e cioè che: “ Luisa non era soltanto la santa che incuteva tanto rispetto e distanza, ma molte volte scherzava con le sue ragazze e sorrideva facilmente a delle barzellette che le ragazze dicevano”. Una volta - racconta la signora Ventura - sua  mamma regalò a Luisa una gallina che lei portò in un cesto. Arrivati nella stanza di Luisa, la gallina saltò fuori e cominciò a correre nella stanza di Luisa. Tutti cercavano di acchiapparla, ma non ci riuscivano finché la gallina con un salto inaspettato s’infilò sotto le lenzuola di Luisa, la quale sorrideva e disse: “lasciatela vivere questa povera bestia”. La gallina ritornò al pollaio. Un altro episodio descritto dalla Ventura è quello del cardellino che quasi ogni giorno in estate, quando la finestra era aperta entrava nella stanza di Luisa , si poggiava sul comodino dov’era Gesù bambino e cantava. Luisa sospendeva il lavoro del tombolo e pacificamente lo ascoltava, finché non gli diceva: “basta” perché doveva lavorare e il cardellino volava via. Questi episodi non sono stati mai raccontati da zia Rosaria ed io non saprei quale credito dare. Ho parlato una sola volta con la signora Ventura, di Luisa, ed mi riferì che Luisa non era una donna che viveva nelle nuvole della santità, ma era umana, vicino a loro, scherzava molte volte e rideva anche se faceva pregare molto. Ricordava le sue meditazioni sulla Divina Volontà di cui lei aveva conservato nella memoria molto bene alcune frasi. La signora Teresa in Ventura emigrò con tutta la famiglia a Torino dove morì in età molto avanzata.

 

 

AGOSTINO BUCCI E LUISA PICCARRETA

 

AGOSTINO BUCCI

Agostino Bucci nato il 1931, nell'Ottobre 2007 è ritornato alla casa del Padre. Ha vissuto in Svizzera dove emigrò nella sua giovinezza. Anche lui ha frequentato Luisa e molte volte veniva utilizzato da Angelina nelle commissioni domestiche. Luisa lo utilizzava nella raccolta degli spilli caduti sul pavimento. E’ stato molto attaccato alla Piccarreta ed ha portato sempre sul suo petto una medaglia della serva di Dio. E’ stato molto attivo nel diffondere la devozione della serva di Dio in Svizzera, ha diffuso le mie opere e le immaginette di Luisa specialmente tra gli emigrati italiani e spagnoli. Quando fu operato ai polmoni volle portare insieme a sé la reliquia dei capelli di Luisa, e mi disse: “ Vai a celebrare durante il mio intervento, una Santa Messa nella cappella dell’ospedale, per ottenerne il buon esito per intercessione di  Luisa”. Questo riuscì bene e da quel momento ha intensificato la propaganda per la serva di Dio, anche nel mondo arabo, specialmente in Tunisia, dove possedeva una villa.

 

 
     
 

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